Inserito da: WhiteBelt | 15 Febbraio, 2007

Le componenti del Karate – Parte II

di Sensei Nicola Giusti

“Conoscere l’armonia è conoscere l’eterno
Conoscere l’eterno è essere illuminati”

Lao-tzu

Nel post precedete abbiamo parlato del kihon, stavolta parleremo del kata. La prima domanda che ci poniamo è: che cosa è il kata?

Un buon marzialista risponderebbe che il kata è come un libro da cui il marzialista attinge il proprio sapere. Questa semplice definizione racchiude in sé tutta la magia, l’esoterismo delle arti marziali, ciò che vogliamo mostrare e ciò che vogliamo tenere nascosto. Il kata è come una formula per l’alchimista che solo lui sa interpretare e naturalmente applicare. Ma che cosa è il kata nella pratica in palestra? E’ uno schema di combattimento contro uno o più avversari, immaginari, da affrontare.

Ogni kata è composto da un certo numero di tecniche che possono variare dai 20 passi dei primi kata ai 54 (o meglio alle 61/62 tecniche) dei più complessi. Un errore comune è classificare la difficoltà per numero di tecniche o per livello o addirittura per nome. I kata si studiano nella loro forma omote, lineare e chiara, dove per ogni tecnica eseguita esiste una applicazione, che possiamo chiamare di primo livello (vedi la parata e il successivo contrattacco).

Appreso un primo bunkai (applicazione del kata) esiste un secondo livello di applicazione ed è quello che facilmente viene visto dall’esterno con una aggiunta di personalizzazione nell’esecuzione e applicazione di alcune tecniche (oyo-bunkai). Una terza forma di bunkai e quella che va a scoprire le tecniche nascoste, la vera essenza del kata.

Il principiante entra nel mondo dei kata apprendendo il Taikyoku che rappresenta il primo schema codificato, composto da una combinazione ritmata di due tecniche l’oi zuki e il gedan barai. Il suo schema, che è paragonabile ad una grossa H, sembrerebbe una semplice formalità per l’atleta, ma non lo è. Il kata rappresenta infatti una metodologia di apprendimento del tutto nuova, un approccio ad un mondo conosciuto solo tramite libri o addirittura solo attraverso Hollywood. Ricordarsi lo schema per un adulto non è certo difficile, la difficoltà sta nell’apprendere i significati di quel kata. Nei primi kata, gli Heian, i kata della Pace che prendono il nome dal periodo storico che va dal 794 al 1185, in cui il Giappone visse momenti di pace e felicità, l’apprendimento di queste forme è soprattutto mnemonico e formale, diverso approccio didattico è invece per i Sentei (i primi kata superiori) in cui oltre alla schematizzazione, all’aspetto formale, il praticante inizia a percepire e trovare tecniche celate (kakushi te – kakushi waza) dietro i movimenti, scopre l’importanza di alcuni passi e apprende specifiche abilità quali solidità e forza, precisione formale e ampiezza dei movimenti, dosaggio della forza e tranquillità, rapidità e cambio di direzione, equilibrio delle tensioni e dosaggio di forza nelle tecniche di interdizione; da questo momento il marzialista inizia il suo cammino verso un sentiero sempre più arduo e, dopo questa iniziazione di tipo cavalleresco, inizierà a distinguersi dagli altri praticanti e quindi a dare anima ed energia alla sua pratica. Lungo questo sentiero, andando avanti nella sua scelta marziale l’iniziato – marzialista arriverà ad affrontare i kata Tokui e questi gli permetteranno di adattare alla propria persona le diverse abilità apprese dai precedenti e migliorerà così le sue specifiche qualità suggendo dal contenuto di questi kata.

I Tokui sono ricchi di risorse che vanno scoperte con la pratica, queste risorse nascondono diversi stili di combattimento alcuni paragonabili ad animali simbolo di elementi taoisti ( la tigre-terra, la scimmia-acqua, il dragometallo, il serpente-fuoco, la gru-aria) oppure a stili monacali
oppure forme dove chi pratica si rispecchia nel “lago come un fiore” oppure combattendo a cavallo o utilizzare le mani come dure pietre o mutevoli come nuvole. Il kata per i bambini o gli adolescenti ha un significato e un approccio diverso dall’adulto; molte volte il bambino è diffidente verso la forma da apprendere, questo, soprattutto a causa della difficoltà di memorizzare che il bambino vive come un grosso impegno, mentre banale risulta la stessa per un adulto. Ma i bambini, col tempo e con la pratica, trasformeranno questi kata-estranei (soprattutto sotto un punto di vista formale) in importanti cavalli di battaglia per gare e dimostrazioni, che svilupperanno uno spirito forte che dovrà solo attendere i tempi giusti per poter maturare nello spirito marziale.

Concludendo è facile capire che il kata è una vera e propria disciplina all’interno dell’arte marziale prescelta; la sua pratica è assolutamente necessaria, sia da un punto di vista motorio, ritmico, mentale e fisico necessario per la maturazione del marzialista. Purtroppo come per il kihon molte palestre evitano la sua pratica poichè considerata noiosa o addirittura insignificante e inutile. Vi sono cinture nere che non conoscono gli Heian… Il marzialista nella pratica costante dovrà cercare la chiave di volta, che gli aprirà l’anima del kata per poter leggere quello che i vecchi maestri vi hanno metodicamente celato….

Oss.


Categorie