di David Cavallini
All’indomani di quasi tutte le gare, mi trovo ad ascoltare puntuali critiche da parte di alcuni genitori di giovani agonisti, sull’operato degli arbitri in generale, e della nostra palestra in particolare, rei di non avere agevolato, o di avere addirittura penalizzato nel punteggio, i loro figli. Il peggio è che queste critiche vengono mosse in presenza del figlio, facendogli credere di avere ricevuto un trattamento non adeguato alla prestazione espressa, con buona pace dello sport inteso come palestra di vita. Mi prendo quindi l’onere di rispondere alle critiche agli arbitri, non con tesi astratte, ma riportando degli avvenimenti che mi hanno coinvolto direttamente, o ai quali ho assistito, e che mi derivano da esperienze dirette come arbitro e come allenatore.
Al Trofeo Carnevale di Viareggio disputato nell’anno 2006, ho arbitrato mio figlio Lorenzo in una pool composta da una dozzina di giovani agonisti provenienti da diverse Federazioni. Avrei facilmente potuto farlo vincere, e sarebbe stata una bella vittoria in un torneo importante; ma da quello che stavo vedendo, non sarebbe stata una vittoria meritata. Così ho dato un punteggio più alto al suo più valido antagonista, più di lui meritevole della vittoria, contribuendo in modo determinante a far finire Lorenzo al secondo posto. Dopo la gara, riconoscendo la superiorità dell’avversario e la correttezza di giudizio della cinquina arbitrale, mi ha detto: “Avrei voluto vincere, ma se fosse successo, mi sarei chiesto perché”. Mi auguro che, crescendo, non perda questa sua obiettività, dato che osservo trattarsi di merce rara in troppi adulti.
Ricordo di avere allenato una ragazzina, in preparazione alla gara svoltasi a conclusione dell’ultimo stage nazionale. Con una certa meraviglia, ho visto che, quando la correggevo, provvedeva immediatamente a seguire le nuove istruzioni. Infatti è piuttosto raro che i giovanissimi eseguano subito ciò che gli viene insegnato; di solito si distraggono e bisogna ripetergli le istruzioni per più volte. Mi sono poi imbattuto nella ragazzina poche ore prima della gara, e le ho domandato se si ricordava ancora qualcosa di ciò che le avevo detto durante la preparazione. La risposta (incredibile) è stata: “Sì; me lo sono scritto”. Il successo che ha poi ottenuto in gara, è stato prodotto dalla serietà con la quale si era preparata; non certo affidandosi alla benevolenza di qualche arbitro.
Ho osservato altri episodi di particolare impegno nell’attività in palestra. Come quando vedo, durante gli allenamenti degli agonisti, coloro che, nelle brevi pause che intercorrono tra la prova di un gruppo e un altro, continuano a ripetere gli esercizi da soli per meglio assimilare il movimento (o rimangono comunque concentrati sul lavoro svolto), a differenza di coloro i quali si mettono a bisbigliare con i compagni. È fin troppo ovvio che questi due differenti comportamenti, frutto di differente mentalità e determinazione, producano poi differenti risultati in gara. Gli arbitri, non c’entrano nulla…
Allenarsi con il corpo, senza l’indispensabile impegno mentale, può al massimo portare a un maggiore benessere fisico, ma non certo a migliori prestazioni tecnico-agonistiche. È pur vero che ci sono atleti naturalmente dotati per una certa attività sportiva, ma anche le doti naturali, da sole, non sono sufficienti. A questo proposito, citerò una frase di Charlie Chaplin. Ad un critico cinematografico che lo lodava per il suo talento, rispose: “Il talento è nulla, senza il lavoro”.





